La brioche non esiste. O forse esiste, ma solo se ti fermi ad assaggiarla.
Questa mattina ho avuto una di quelle esperienze che, se le racconti male, sembri uno che ha guardato Matrix prima del cappuccino e ora vede segnali ovunque.
In realtà, giuro: niente pillole rosse, nessuna profezia. Solo una brioche.
Con una crema molto, molto buona.
Mi ero svegliato tardi. La sera prima avevo mangiato poco, la mattina non avevo fatto in tempo a fare colazione e stavo andando al lavoro con la glicemia che ormai aveva presentato le dimissioni.
Così faccio una cosa che normalmente non faccio mai: mi fermo in un bar davanti al quale passo spesso, ma dove non ero mai entrato. Uno di quei posti che, fino al giorno prima, erano semplicemente parte dello sfondo. Ordino un cappuccino. La barista mi chiede se voglio il cacao. Dico di sì.
Poi mi propone anche la curcuma. Le sorrido. Mi dice che con un pizzico di pepe è ancora meglio.
Le rispondo che magari la prossima volta proverò.
Le dico che mi ricorda una tradizione turca. Lei mi racconta di vivere in Italia da trentacinque anni. Per un attimo temo di aver fatto una di quelle osservazioni un po' ingenue che rischiano di suonare come un'etichetta. Così le racconto del mio lavoro, dei colleghi provenienti da quattordici nazionalità diverse e delle spezie che ho scoperto grazie a un collega pakistano.
A quel punto i suoi occhi si illuminano. Mi racconta che è appassionata di spezie, che ormai cerca continuamente nuove ricette, nuove tradizioni, nuovi ingredienti. Mi dice che legge moltissimo su Google e che, da quando ha iniziato a usare ChatGPT, ha la sensazione di poter imparare qualunque cosa.
Poi si ferma un secondo. Come se avesse deciso che poteva fidarsi.
E quasi sottovoce mi dice: «In realtà sto inseguendo un sogno. Sto scrivendo un romanzo di fantascienza.»
È bloccata a trentacinque pagine. Vorrebbe arrivare almeno a cento.
Sorrido. «Allora le svelo un segreto. Anch'io scrivo romanzi.»
Da lì il bar scompare.
Per una ventina di minuti non ci sono più una barista e un cliente.
Ci sono due persone che parlano di mondi ancora inesistenti, di storie, personaggi, idee. Le dico che, se un giorno ne avesse voglia, sarei felice di darle una mano: leggere, correggere, confrontarci. Perché quando incontri qualcuno che condivide una passione così profonda, la prima reazione non dovrebbe essere chiedersi “cosa posso ottenere?”, ma “cosa posso dare?”
Ed è lì che qualcosa, dentro di me, si accende.
La parte razionale dice: "È stata una semplice coincidenza."
L'altra, quella che continua ad affascinarsi davanti alle idee di Jung, della metafisica e delle sincronicità, sussurra invece: "E se non fosse solo questo?"
Non intendo dire che l'universo organizzi appuntamenti segreti attraverso le brioche.
Ma forse ogni tanto ci mette davanti delle porte.
Porte minuscole. Così ordinarie da sembrare invisibili.
Una deviazione dalla routine. Una conversazione iniziata parlando di cacao.
Una persona che fino a cinque minuti prima era soltanto "la signora barista".
E forse è proprio qui che la storia diventa interessante. Perché io questa domanda me la faccio spesso: quante porte ho attraversato senza nemmeno accorgermene? Quante persone ho considerato semplici comparse, quando magari custodivano proprio quell'informazione che mancava alla mia storia?
Ogni essere umano è un archivio vivente. Un insieme di esperienze, idee, errori, intuizioni e prospettive che nessun algoritmo, nessun libro e nessun motore di ricerca potrà mai replicare completamente. Quando due persone si incontrano davvero, non si scambiano solo parole.
Si scambiano possibilità.
E questo mi fa pensare a qualcosa che mi affascina da sempre: il valore dell'informazione.
Prendete un mazzo di carte ben mescolato. La probabilità che esca in ordine preciso, per esempio dall’asso alla regina per tutti i semi, è incredibilmente piccola. Anzi, è praticamente nulla.
Eppure... è esattamente la stessa probabilità di qualunque altra disposizione.
Per la matematica sono tutte uguali.
Per noi no.
Perché alcune configurazioni raccontano una storia. Hanno un significato. Trasmettono informazione.
Ed è forse questo che rende così speciali certe coincidenze.
Non tanto la loro improbabilità. Ma il significato che riescono a generare.
Forse le sincronicità non sono la prova che il destino abbia scritto ogni pagina della nostra vita.
Forse sono semplicemente promemoria. Piccoli inviti a prestare attenzione.
A rallentare. Ad ascoltare. A fare una domanda in più.
Perché quando incontri qualcuno con la sincera intenzione di capire cosa puoi lasciare a quella persona, quasi sempre scopri che anche lei, senza saperlo, stava lasciando qualcosa a te.
E se proprio devo trovare una morale provvisoria, è questa: imparare a riconoscere quando la brioche è davvero buona è già un ottimo allenamento per riconoscere le porte che contano.
Il resto... è solo zucchero a velo.
















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