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Sette anni senza scrivere una parola

2 ago
Tempo di lettura: 4 min

Ho impiegato sette anni a pensare a un libro.


Sette anni. Senza scriverne una parola.


Non è del tutto vero, naturalmente. Qualche parola c’era: appunti sparsi, frasi annotate sul telefono, nomi di personaggi, luoghi, scene che non sapevo ancora dove collocare. Piccoli frammenti lasciati da parte per quando sarebbe arrivato il momento.


Ma il libro, quello vero, non esisteva.


Esisteva soltanto nella mia testa.


In quegli anni ero ancora bloccato su un romanzo precedente. Una storia che non voleva andare né avanti né indietro, come un’automobile impantanata nel fango: più cercavo di accelerare, più le ruote giravano a vuoto e affondavano.


Quel libro era arrivato in un periodo della mia vita in cui ero bloccato anch’io. Non solo nella scrittura. Ero letteralmente bloccato nel cervello, trascinato da quegli eventi nei quali la vita decide per te, ti prende per il colletto e ti porta da qualche parte senza spiegarti dove stiate andando.


Continuavo a ripetermi che dovevo finirlo.


Prima di cominciare qualunque altra cosa, dovevo portare a termine quello che avevo iniziato.


Era una questione di disciplina, pensavo.


Di rispetto per il lavoro già fatto.


Forse persino di rispetto verso la persona che ero stato quando avevo cominciato a scriverlo.


Nel frattempo, però, un’altra storia covava.

Cresceva in silenzio, occupando uno spazio sempre più grande. Comparivano personaggi che non avevo invitato, immagini che tornavano quando guidavo, quando lavoravo, quando cercavo di dormire. Annotavo tutto e mettevo da parte.


Per quando sarà il momento.


Prima devo finire quello che sto scrivendo.


Prima.


Sempre prima.


Finché un giorno ho detto basta.


Ciao.


Quel libro mi aveva portato via fin troppe energie. Non riuscivo più a capire se fossi io a scriverlo o se fosse lui a consumare me. Così l’ho accantonato e ho preso una decisione definitiva, solenne e perfettamente inutile: non avrei scritto mai più.


Per tre anni non ho scritto una pagina.


La storia nuova, però, era ancora lì.


Non bussava nemmeno più. Si era semplicemente sistemata dentro di me, come fanno certe presenze quando capiscono che non hai il coraggio di mandarle via. Ogni tanto la raccontavo. Ne parlai a mio fratello, cercando di spiegargli il mondo, i personaggi, il punto di partenza e quello che sarebbe potuto accadere.


Mi disse che era una figata.

Ma mio fratello è mio fratello. Sapevo che era di parte.


E poi mi mancavano dei pezzi. Non dettagli secondari, ma passaggi fondamentali. Non sapevo come colmare alcuni vuoti, non avevo chiaro il finale e ignoravo quale sarebbe stato il destino di un paio di personaggi.

Decisi che non avrei cominciato finché non avessi avuto tutte le risposte.


Era un’ottima giustificazione.

Razionale, prudente, inattaccabile.

Ed era anche un altro modo per non scrivere.


Quando si dice «non scriverò mai più», in realtà, non è quasi mai per sempre. È un patto con sé stessi che si firma sapendo già di non poterlo rispettare.


Eppure, abbiamo bisogno di raccontarcelo.


Abbiamo bisogno di credere che sia una scelta, che siamo noi ad aver chiuso quella porta e che, soprattutto, saremo noi a decidere se riaprirla.


Poi è arrivato novembre 2025.


Una sera qualsiasi.


Non è successo niente di particolare. Nessuna illuminazione, nessun evento traumatico, nessun segnale dall’universo. Non avevo finalmente risolto ogni nodo della trama. Non conoscevo ancora tutte le risposte. Non ero diventato più disciplinato, più coraggioso o più sicuro di me.


Ho semplicemente cominciato.

Ho aperto un documento e sono partito.

Mi sono buttato dentro quella storia senza sapere davvero quanto fosse profonda.


Nei 9 mesi successivi ho vomitato 1200 pagine di bozza.


Milleduecento.


Ho scritto di notte, durante le pause, nei ritagli di tempo e nelle ore che avrei fatto meglio a dedicare ad altro.


Ho scritto quando ero stanco e quando avrei dovuto dormire. Ho scritto perché non riuscivo più a smettere.


Tutto ciò che avevo trattenuto per sette anni era lì, pronto a uscire.


I personaggi non dovevano essere inventati. Dovevano essere ascoltati.

Ridevo con loro. Piangevo per loro. Sentivo i loro pensieri, vedevo le loro paure, imparavo ad accogliere i loro caratteri, compresi quelli più difficili da gestire. Alcuni facevano scelte che non avevo previsto. Altri si rifiutavano di diventare ciò che avevo immaginato per loro. Certe scene sembravano esistere già e io dovevo soltanto raggiungerle.


Non mi era mai capitato niente del genere.

Non con quella intensità. Non con quella continuità.

E, soprattutto, non con quella qualità.


Non so ancora che cosa diventerà questa storia una volta terminato il lungo lavoro di revisione, ma so che è superiore a qualunque cosa io abbia scritto prima. Non perché sia perfetta. Una bozza di milleduecento pagine non può esserlo. È piena di errori, ripetizioni, deviazioni, scene che andranno riscritte e altre che forse dovranno scomparire.


Ma è viva.

Ed eccola lì.

Aurora.


Due libri fantasy che insieme formano una saga che non avrei mai immaginato di scrivere.


Una storia rimasta per anni da qualche parte tra un’intuizione e un rimorso. Una storia che ho continuato a rimandare perché credevo di dover avere tutto chiaro prima di iniziare, mentre forse aveva soltanto bisogno che io mi facessi da parte e le permettessi di esistere.


A volte ci penso.

Sono davvero io a scrivere?

Oppure accade qualcosa di diverso?


Ci sono momenti nei quali non ho l’impressione di creare, ma di ricevere. Come se i personaggi, i luoghi e le loro vicende esistessero già da qualche parte e aspettassero soltanto di trovare una strada per arrivare qui.

In quei momenti non mi sento un autore.


Mi sento il tramite di una coscienza più ampia. Una specie di modem biologico che riceve qualcosa di incomprensibile, lo traduce in parole e lo dispone sulla pagina, una lettera dopo l’altra. Forse scrivere è sempre stato questo.


Non costruire mondi dal nulla, ma sintonizzarsi sulla loro frequenza.


E forse quei sette anni non sono stati anni perduti.


Forse la storia non era ferma.


Stava solo aspettando che fossi finalmente pronto ad ascoltarla.


 

 
 
 

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