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Da quando sono padre, certe parole non mi sembrano più uguali

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Ci sono cose che capisci davvero solo quando ti trovi a viverle da due lati diversi.


Io ho iniziato a ragionare seriamente sulla differenza tra comportamento, insegnamento ed educazione da quando sono diventato genitore. Prima erano parole che usavo anch’io in modo abbastanza intercambiabile, come fanno più o meno tutti.


Poi arriva un figlio, e all’improvviso ti accorgi che certe distinzioni non sono più un esercizio linguistico: diventano pratiche quotidiane.


Quando un bambino fa qualcosa, devi capire cosa hai davanti.

Sta imparando?

Va educato?

Sta solo mettendo alla prova il proprio modo di stare con gli altri?


Sono situazioni diverse. E se le tratti nello stesso modo, spesso sbagli risposta.


La stessa cosa mi è capitata nel lavoro e nella vita, avendo a che fare con molte personalità diverse: persone brillanti, fragili, arroganti, generose, insicure, educate, maleducate, competenti, ingestibili, sincere, passive-aggressive, meravigliose e complicatissime.


A un certo punto ti rendi conto che non puoi mettere tutto nello stesso sacco.


Non tutto è mancanza di educazione. Non tutto si risolve con un insegnamento. Non tutto è solo “carattere”.

E allora ho iniziato a distinguere meglio queste parole, perché raccontano tre movimenti diversi dell’essere umano.


Insegnamento, educazione, comportamento e atteggiamento sembrano parenti stretti.

In parte lo sono. Ma non dicono la stessa cosa.

 

Insegnare: lasciare un segno

Insegnare viene da “in-signare”: mettere un segno dentro, imprimere qualcosa che resta.


“Insegnare” contiene dentro l’idea del segno.

Un insegnamento vero non è semplicemente una spiegazione.

Non è qualcuno che ti dice come si fa una cosa.

Quello, al massimo, è un trasferimento di informazioni.

L’insegnamento è qualcosa che ti resta addosso.


È il bambino piccolo che cade, si spaventa, piange, e da quel momento capisce che il bordo del divano, la sedia, il gradino, il pavimento non sono concetti astratti. Sono realtà. Se cadi, ti fai male. Nessuno glielo ha spiegato davvero. Lo ha capito perché l’esperienza lo ha segnato.


Naturalmente non sto dicendo che bisogna buttare i bambini giù dalle sedie per formarli. Sto dicendo un’altra cosa: certe cose entrano davvero solo quando passano attraverso l’esperienza.


Anni fa, un mio superiore mi affidò un compito che sembrava facilissimo. Mi diede alcune dritte. Io le seguii in parte… e in parte, invece, feci di testa mia. Avevo ancora quella brillante spocchia del giovane che ha già capito tutto ancora prima di cominciare. Gli dissi che secondo me potevamo fare le cose in grande. Lui mi rispose di tenerle piccole, almeno per quell’anno. Nel mio lavoro, spesso, i risultati si vedono da un anno all’altro, minimo. Non il giorno dopo. Non la settimana dopo. Un anno dopo. Mi disse anche una cosa che allora mi sembrò quasi assurda: “Guarda che, nonostante le dritte, probabilmente andrà male. Ma è normale. Ci siamo passati tutti.” Io pensai: impossibile. L’anno dopo andò male il 100% di quell’attività.

Non male “un po’”. Non male “così così”. Male come lui aveva previsto.

Io ero shocko-basito. Lui invece rideva. Non per cattiveria. Rideva perché conosceva già la scena.

L’aveva già vissuta. E mi disse una cosa che non ho più dimenticato:

“Questa è una di quelle attività che si possono capire solo sbagliandole.”


Poi mi confessò che anche lui l’aveva sbagliata, anni prima.

Solo molto più in grande. Con numeri più alti, sprechi più ampi, conseguenze più pesanti.

La mia, in fondo, era stata una piccola prova. Un piloting. Un errore controllato.


Quello fu un insegnamento.


Non perché mi avesse spiegato qualcosa. Me l’aveva spiegato anche prima.

Fu un insegnamento perché quell’errore mi entrò dentro.

Da quel momento, quella cosa non era più una teoria. Era mia.

 

Educare: tirare fuori

Educare è un’altra cosa.

Educare viene dal latino ex-ducere: condurre fuori, tirare fuori qualcosa che è già in potenza.

Mi piace pensare all’educazione come a un movimento opposto. Non qualcosa che ti viene inciso dentro, ma qualcosa che qualcuno ti aiuta a tirare fuori.


Educare non significa solo correggere. Non significa solo dire “questo si fa” e “questo non si fa”.

L’educazione migliore non è una gabbia. È una forma.


I genitori che ti spiegano come si mangia a tavola non stanno solo impedendoti di vivere come un piccolo cinghiale con le mani nel piatto. Ti stanno dando uno strumento per stare nel mondo. Chi ti spiega come vestirti, parlare, salutare, danzare, disegnare, cantare, leggere, raccontare, rispettare un tempo e uno spazio, non sta semplicemente riempiendo un contenitore vuoto. Sta facendo emergere possibilità.


Ti sta dicendo: dentro di te ci sono cose, ma devi imparare a gestirle e portarle fuori in modo che possano diventare qualcosa. Qaulcosa da “esprimere”: anche “esprimere” ha dentro questa immagine bellissima: premere fuori. Dare forma visibile a ciò che prima era interno, confuso, informe.


Non penso sia un caso che entrambe prendano forma dal prefisso latino “ex-”, fuori.


Un movimento da dentro verso il fuori.


L’educazione serve a questo.


Non a trasformare una persona in quello che vogliamo noi, ma ad aiutarla a diventare qualcosa di più leggibile, più forte, più capace. Prima a sé stessa. Poi agli altri.

 

Comportarsi: il te verso l’altro

Poi c’è il comportamento. Il comportamento non è esattamente ciò che sai.

Non è nemmeno ciò che sei. È ciò che porti nella relazione.


Comportarsi deriva da “com-portare”: portare insieme, portarsi dentro una relazione, stare nel mondo con qualcun altro.


È il modo in cui stai con gli altri. Come reagisci quando qualcuno ti contraddice. Come gestisci un feedback negativo. Come sai restituirlo. Come tratti chi ha meno potere di te. Come ti muovi dentro un gruppo. Come gestisci una tensione. Come rispondi a una critica. Come parli quando sei arrabbiato. Come ti comporti quando nessuno ti guarda. O quando tutti ti guardano.


Il comportamento è il tuo modo di “portarti” nel mondo insieme agli altri.

Puoi avere ricevuto ottimi insegnamenti e una buona educazione, e comportarti comunque male.

Puoi sapere benissimo cosa è giusto fare, ma non farlo.

Puoi conoscere le regole della tavola e trattare male il cameriere. Puoi avere tre lauree e umiliare un collega. Puoi essere formalmente educatissimo e umanamente insopportabile.


Ecco perché il comportamento è una categoria a parte.

Non riguarda solo ciò che hai imparato.


Riguarda ciò che fai quando ciò che hai imparato entra in contatto con gli altri.

 

Atteggiamento: il te verso te stesso

Prima ancora del comportamento, forse, c’è proprio l’atteggiamento.

Il comportamento è ciò che gli altri vedono.

L’atteggiamento è la postura interna da cui quel comportamento nasce.

L’atteggiamento è interessante perché nasce dal corpo, dall’atto, dal modo in cui ci mettiamo in posizione.


Penso che il percorso logico sia più o meno questo:

atto → atteggiare → atteggiamento


Poi però diventa qualcosa di più sottile: non solo come stai davanti agli altri, ma come ti disponi davanti a te stesso, all’errore, alla fatica, alla paura, al limite.


È come ti parli quando sbagli.

È cosa fai quando ti senti inadeguato.

È come reagisci alla frustrazione prima ancora di trasformarla in una frase, in un gesto, in una risposta.

È il modo in cui stai davanti alla fatica, al limite, alla vergogna, all’errore, al fallimento.

 

Puoi comportarti bene fuori e trattarti malissimo dentro.

Puoi essere gentile con gli altri e spietato con te stesso.

Puoi sembrare educato, controllato, professionale, e intanto vivere ogni errore come una condanna.

 

Ecco perché l’atteggiamento è importante: perché è il luogo invisibile in cui il comportamento comincia a formarsi.

 

Perché distinguere queste quattro cose conta

Confondere insegnamento, educazione, comportamento e atteggiamento non è un crimine linguistico.

Non serve chiamare la polizia etimologica. Però è un problema pratico.


Perché se un bambino, un ragazzo, un collega, un collaboratore o perfino noi stessi abbiamo un problema di comportamento, non sempre basta “insegnare” qualcosa. A volte la persona sa già cosa dovrebbe fare. Semplicemente non riesce, non vuole, non ha gli strumenti, non ha ancora sviluppato la maturità emotiva per farlo, oppure non ha capito l’effetto che produce sugli altri.


Allo stesso modo, non tutto si risolve con l’educazione. Ci sono cose che vanno spiegate. Altre che vanno mostrate. Altre ancora che vanno vissute, sbagliate, pagate un po’ sulla propria pelle.


Un buon genitore, un buon insegnante, un buon capo, un buon mentore dovrebbe capire quale delle quattro dimensioni ha davanti.


Se manca un insegnamento, serve un’esperienza che lasci un segno.

Se manca educazione, serve qualcuno che aiuti a tirare fuori una forma migliore.

Se manca atteggiamento, serve lavorare sul modo in cui una persona si dispone davanti a sé stessa: all’errore, alla fatica, alla frustrazione, al limite.

Se manca comportamento, serve lavorare sulla relazione: sul rispetto, sull’impatto che abbiamo sugli altri, sulla responsabilità del nostro modo di stare nel mondo.

 

Sono quattro cose vicine, collegate, ma diverse.

L’insegnamento ti segna: è il mondo che entra in te.

L’educazione ti tira fuori: è ciò che hai dentro che prende forma.

L’atteggiamento ti orienta: è il modo in cui stai davanti a te stesso.

Il comportamento ti espone: è il modo in cui ti porti verso gli altri.


E forse crescere significa proprio questo: imparare dagli urti, dare forma a ciò che abbiamo dentro, orientarci davanti a noi stessi, e poi portarci nel mondo senza distruggere tutto quello che incontriamo.

 
 
 

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